di Roberto Checchi

Sarà un caso, ma spesso nel destino ci credo, la mano avvicina il tasto PLAY e la radio inizia a diffondere le note di CANZONI ALLA RADIO, giro la testa, lo sguardo dirotta al di là del giardino e mi accorgo di essere in Via Giusti a meno di trenta metri dal cancello di casa Martini.”Le corse in bici sotto i cieli blu, proprio come quando c’eri tu” è il verso cantato dagli STADIO nello stesso istante del mio passaggio, sarà una coincidenza ma a certe improvvise manifestazioni, quasi a voler testimoniare un’ apparizione, si portano dietro una qualche verità. A RUOTA DELLA PASSIONE non è assolutamente un adattamento teatrale della biografia di ALFREDO e neppure un lungo elenco di fatti che possono esser confusi con una serie di fotogrammi che narrano CENT’ANNI anni di ciclismo. E l’emozione che non ha voce, magistralmente scritta da Giulio Rapetti Mogol, magari poesia in prosa o prosa in poesia a voi la scelta, tutto sembra inedito o quasi, tanto da restare inebetito, ammaliato, ipnotizzato o magari affascinato da un racconto straordinario che ogni volta che va in scena è sempre diverso e universalmente coinvolgente. Ovunque ti volti, ogni lato della piazza ricorda Martini e in una successione impressionante s’affacciano qua e là i personaggi narrati nella storia da GOTE il macellaio, “omone gigantesco” che fu fondamentale nell’alimentazione dell’atleta Alfredo, ai momenti di quotidianità del personale della GINORI, poi associata a RICHARD, che alternano gli alti forni di cottura alle meraviglie del museo del vasellame, punto di forza di un’azienda celebre in tutto il mondo per la produzione di ceramiche pregiate, ma c’è tempo per apprezzare anche i particolari e davanti agli occhi si materializzano la medaglietta d’oro zecchino al collo di Regina, la mamma di Martini, creatura abbandonata al suo destino nella ruota dei bambini all’ospedale degli Innocenti di Firenze e le greggi al pascolo accudite da Fortunato, babbo di Alfredo. Gli odori investono una platea attenta, a cominciare da quello dell’olio per la catena della bicicletta che proviene dall’arruffata bottega di Vasco Poccianti, discepolo di Faliero Masi, il sarto della bici. E’ un lungo viaggio alla scoperta del mondo, nella prima parte pedalato e del confronto con i GIGANTI del ciclismo, che come accade nella Notte dell’Oscar, riesci a immaginarli seduti accanto a te, pronti a rivivere quei giorni in un insieme di parole che trafiggono l’anima senza controllo, da tutte le parti. Il sangue di Valibona scorre inarrestabile nei ruscelli che scendon giù dalla Calvana e si mescola a quello dei bambini nel bombardamento del Collegino. Tutt’intorno partono i colpi di mortaio e le raffiche delle mitragliette di fascisti, tedeschi e partigiani, ma a guerra finita ci sono altri tipi di battaglie che attendono di scendere in campo. Non so perché, ma l’effetto è esattamente lo stesso anche se Martini è mancato quasi sette anni fa, eppure quell’uomo magnetico, che ti “obbligava” a seguirlo in ogni intervista o esposizione, perfino ad ascoltare il racconto di una semplicissima barzelletta, da lì, non se n’è MAI ANDATO. E’ una storia di sudore, di traguardi acchiappati e persi è una storia d’amicizia, quella che si consolida su per le salite più aspre e nella canicola estiva, è una storia di scoperte, di città lontane eppure così vicine che in quegli anni sembrava impossibile poter raggiungere in sella alla bicicletta, è profumo di mare apparentemente distante, ma l’odore del salmastro non ha confini né frontiere, oltrepassa colli, colline e collinette e si respira a pieni polmoni anche qui. E’ una storia di Vita, quella che il CICLISMO insegna a far rispettare e a rispettare, sottoforma di campioni, gregari e avversari ed è la storia di Franco, mai nome fu più azzeccato a testimoniare la lealtà e la correttezza. In realtà quel nome segnerà a lungo la vita di Alfredo tra personalissime confidenze e complicità con un omino tanto piccino quanto forte che arriva dalla campagna del pisano, tra tante spicca la notte sulle montagne in una delle ultime tappe del Giro vinto da Gosta Petterson. Una ricognizione improvvisata sul Grossglockner in Carinzia con la benedizione della luna, alla ricerca della strada ideale nella quale sferrare l’attacco capace di battere uno che porta il nome di Eddy Merckx con una squadra che paragonata ai giorni nostri potrebbe essere benissimo il Leicester.

La strada esiste, al di là di una sbarra che appena viene alzata, indica perfettamente ogni regola di comportamento da seguire quasi fosse una stella cometa. Ma quello è anche il nome di battesimo di un giovane corridore destinato a succedergli alla guida della nazionale, un passaggio di testimone da padre a figlio oltre la competizione in bicicletta terrena. A me è successo d’immaginare quella faccia annerita dalla polvere di carbone che la foresta di Aremberg t’appiccica addosso e fai fatica a pulire, oppure ascoltando quel grido “ALFREDONE !!!” tipico intercalare di chi amava ingrandire a dismisura i nomi degli amici più cari. Contemporaneamente il profumo del caffè si mescola all’odore di vittoria, le preoccupazioni del padre si fanno sempre più forti nei confronti di un figlio nel giorno della vigilia dell’ADDIO, quasi fosse un crudele presentimento. Non lo nego che ogni volta è dura riavvolgere certi nastri, archiviati in una vetrina solo per non trovarseli frequentemente tra le mani e malgrado tutto, nonostante qualcosa RODA incessantemente un pezzo dell’anima, quella VOCE resta, non se ne va e continua ad affiancarmi lungo la strada della vita. “Dai Alfredo, sali!! Ti tiro Io, ti tiro IO” che un fato bastardo ha strappato troppo presto ai nostri affetti più cari. E’ una storia di borracce, quelle che nel tempo diventano leggenda e tante altre che si perdono per strada ma MAI DIMENTICANO CHE TUTTI I CORRIDORI dividono in un percorso di gara, in modo equo, le stesse dosi di FATICA e ACQUA da bere.

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